Per concludere la cronaca parigina, condivido con voi un gentile omaggio di un simpatico lettore di questo blog a cui va un sentitissimo grazie per il divertente pensiero.
Ma, si sa, l’impressione iniziale non è sempre quella giusta. Mi assesto, trovo una posizione decente, smetto anche di sentire il rumore ossessivo della ventola difettosa e mi addormento. Quando la mattina dopo mi risveglio con un raffreddore contenibile solo dal naso di un pachiderma, il mio pensiero diventa: lasciamo stare il biplano, la prossima volta mi faccio direttamente legare all’ala di un boing.
Kiluba mi guarda e ride della mia sfiga.
Fresche come possono esserlo solo due signorine di ritorno dai viali, scendiamo a Bercy, dove ci attende la Spora. Ci riconosciamo subito: la loffatrice è uguale sputata al suo avatar, mentre io, per l’occasione, mi sono fatta tatuare un’enorme foglia rossa sulla faccia. Voliamo velocemente chéz Sporì per lasciare le nostre cose: inizia ufficialmente la nostra maratona parigina.
Le previsioni minacciavano un week-end da arca di Noè e invece il sole ha baciato e bruciato la nostra candida pelle per tutta la permanenza, tutto questo perché Kiluba è scientificamente paraculata, prova ne è il nostro ritorno a casa, poi spiegherò.
Guida in mano, borsa in spalla, cominciamo il nostro tour magnis itineribus, all’insegna dell’allegria, cercando simpatici involucri di cadaveri al cimitero di Père Lachaise. Ci fermiamo appena prima di andare a far compagnia a Chopin e Jim Morrison per rifocillarci ad un baretto: sostiamo quindi una decina di minuti, con espressione ebete, davanti al menù, tentando invano di capire cosa sia un cucumber, fino a quando il proprietario italiano, mosso a pietà, ci fa notare che è un semplice cetriolo e che non saremmo morte avvelenate.
La Lonely Planet ci guida poi verso Place des Vosges e nei meandri medievali del Marais, con altri italiani che vogliono fare i viaggiatori arternativi fuori dai giri turistici. Li rincontremo tutti, dopo qualche ora, a pascolare come bovini dentro Notre Dame. La vera finesse da intellettualoidi, però, la riserviamo per il tardo pomeriggio: il Centro Culturale Arabo con la sua splendida facciata e i suoi ascensori di vetro e acciaio che hanno tolto a Magda (io ti adoro, tu mi adori?) qualche mese di vita; la Sorbona e un giretto alla Tour Eiffel, che mi ha fatto sentire come se vivessi nel mondo dei giocattolini di plastica della Play Mobil.
Strisciando sulla lingua, ritorniamo chéz Sporì che, guardandoci, iniziano a preoccuparsi per la nostra salute fisica. Ma noi siam maratonete, signori, nessuna paura; crolliamo dentro la culla creata da Madame Spora per noi e ci addormentiamo del sonno dei giusti. Io ho solo sbavicchiato un po’ sulla federa, ché avevo tutto il naso tappato (adesso lo sai anche tu Sporella) e non respiravo.
E fu sera e fu mattina.
Primo giorno.
(Prossima puntata: Macchina del pane, je t’adore!)
(N.B: Arrivate le foto! Aprite i link!!)