20/05/2008, ore 22:58

Fermo restando che le scelte musicali di Morgan (Depeche Mode, David Bowie and so on) sono l'unica motivazione per cui io guardo X-Factor e che sottoscrivo parola per parola quanto sostengono penne più stilose e professionali della mia sulla questione del potere al popolo, come Mr. Trenta, Sasaki e l'uomo della botola Bordone, volevo fare solo una piccola annotazione a margine.

Stasera Morgan è evidentemente strafatto.
P.link ¦ commenti (2) ¦ commenti (2)(popup)





18/05/2008, ore 21:42

Per la mia dose giornaliera di droga telematica, ho ingaggiato una furiosa battaglia contro Vodafone dei miei coglioni. Ho chiamato per tre mesi, un giorno sì e un giorno pure, il 190, lottando disperatamente con ogni operatore disponibile per farmi risolvere i miei cazzo di problemi di connessione UMTS. Mi sono imbattuta in baresi scoglionati, in milanesi sarcastici, in tizi più o meno meridionali che fingevano, nemmeno tanto bene, di essere interessati alla mia richiesta. Stremata, sono arrivata ai mezzi drastici del cambio di gestore telefonico. Dopo nemmeno due giorni ecco Alberto del servizio commerciale Vodafone: voce di velluto, atono, dizione da scuola di drammaturgia, sensualissimo. Pensavo mi dovesse proporre una notte di sesso sfrenato con lui o, a scelta, un fotomodello di Dolce e Gabbana, mentre invece mi ha offerto un anno di connessione aggratise.
Non male. Alberto vocione brividone libidona fa il suo effetto, accetto.

Oggi ho connesso il pc e, dopo due ore per aprire solo l'home page di Gugol, ho giurato su quanto ho di più caro al mondo che avrei usato le vellutate e melodiose corde vocali di Alberto per fare delle simpatiche treccine.

P.link ¦ commenti (7) ¦ commenti (7)(popup)





14/05/2008, ore 16:07

Per concludere la cronaca parigina, condivido con voi un gentile omaggio di un simpatico lettore di questo blog a cui va un sentitissimo grazie per il divertente pensiero.


diabolik_di-va-rà!
P.link ¦ commenti (5) ¦ commenti (5)(popup)





12/05/2008, ore 19:25

Ultima puntata, tranquilli, sforzatevi di sorridere ancora un po’.
Ultima sveglia, ultimo sforzo, ultima colazione buona buona. Noi si va al Louvre. Senza fare nemmeno un secondo di fila, il lunedì mattina è una vera pacchia. Una giornata piena di botte di culo, come si suol dire (poi capirete).

Il Louvre, come dice Kiluba, non è un museo, ma un libro di storia dell’arte aperto davanti ai tuoi occhi, dove le opere escono fuori dalle pagine, prendono vita e ti trascinano in un infinito universo di contemplazione e bellezza.
Contemplazione distrutta solo dalla mortifera capacità che ha il turista medio di risvegliare i tuoi istinti omicidi. Troppo ansiosi di fermare attimi effimeri su un supporto finto e sterile per sentire, profondamente, dentro di loro, tutta quella meraviglia. Ho visto persone guardare i dipinti solo ed esclusivamente attraverso il monitor della loro fottuta macchinetta digitale: inquadratura, scatto e passare oltre. Ho provato profonda pena per chi non riesce a percepire la bellezza, ma soprattutto profonda pena per me, circondata da tutti sti cerebrolesi.

Ma la vita del turista,si sa, è una lotta senza quartiere e quando il gioco si fa duro tra gli enormi corridoi francesi, ragazzi, mors tua, vita mea. Chi arriva prima vedrà la Gioconda, chi arriva prima scatterà la foto migliore (che però abbiamo fatto noi), chi arriva prima si scorderà che esattamente dietro la Monnalisa c’è il meraviglioso Concerto Campestre di Tiziano, capolavoro assoluto. Ci trasciniamo distrutte, ma ad occhi ancora bene aperti, tra David, Raffaello, Rembrandt e la mostra di quel genio assoluto di Jan Fabre che ricopre di lapidi il salone di Rubens tra cui serpeggia un lombricone con faccia umana che emette suoni inquietanti o che costruisce una bara di carapaci di coleotteri e di animali imbalsamati. Esaltante.

Saltiamo il bookshop, ché si deve tornare a casa della Spora per recuperare le valigie e ripartire. Calcoliamo i tempi al secondo, io sono maniacale, si sa... Con tutta la calma e la tranquillità di chi sa di essere dalla parte del giusto arriviamo alla stazione di Paris Bercy con quasi mezz’ora di anticipo pronte per prendere il treno delle 19.30. Quasi quasi volevo comprarmi un muffin per il viaggio, ma vabbè, ho tempo, ci penserò dopo. Posato il nostro piedino in stazione notiamo che il tabellone delle partenze annuncia solo due treni, per Roma e Venezia, ma nessuno dei due alle ore 19.30, bensì alle 18.55, pronti per partire. Io e Magda (io ti adori, tu mi adori?) ci guardiamo negli occhi e formuliamo entrambe questo pensiero a voce alta:
                                         “masenonc’èiltrenodelle19.30vuoldirecheQUELLOèiltrenosucuidobbiamomettereilculotra
DIECI SECONDI
”?

Voliamo al controllo biglietti sotto lo sguardo sconcertato del capotreno e riusciamo a salire. Il treno parte dopo due nanosecondi netti. Arrivate al nostro scompartimento rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora pensando al culo clamoroso che ci ha salvato e a quanto io (colei che aveva assicurato TUTTI sull'orario) sia oramai prossima all'internamento in casa di riposo.
E nelle nostre teste solo una frase che echeggiava:

“mah... quasi quasi mi prendo un muffin..."
P.link ¦ commenti (7) ¦ commenti (7)(popup)





10/05/2008, ore 18:20

Ma il turista no.
Con somma disperazione degli Spori, che devono fingere una entusiasmante voglia di alzarsi dal letto e sfamarci, ci alziamo presto e ci spariamo immediatamente il Museo d’Orsay: la prima domenica del mese si entra gratis, noi siamo due poveracce precarie e con ciò ho detto tutto.
Mezz’ora di fila sotto il sole ti permette di studiare tutte le tipologie dei tuoi simili. C’è il turista fashion, di solito di sesso femminile, che non rinuncia mai al tacchetto, gonna al ginocchio e filo di perle, nemmeno se andasse a fare il tour dell’Amazzonia in canoa; poi c’è il turista scazzone con jeans, maglietta e l’aria di essersi dimenticato qualcosa, e infine, il turista organizzato, di solito una coppia, con i vestiti perfettamente adatti alla temperatura esterna e zaino in spalla, dentro il quale viene conservato il necessario per affrontare anche una catastrofe nucleare; chiedi qualsiasi cosa all’organizzato, dalla lima per le unghie ad una bomba molotov: lui l’avrà.
(Ora provate ad indovinare a quale categoria apparteniamo io e Magda...)

Ed una bomba molotov in situazioni come queste, spesso serve. Il Museo d’Orsay, purtroppo, come Notre Dame o le Sacre Coeur è preda di orde barbariche (di cui tu stesso fai parte) che ti annientano ogni slancio di contemplazione artistica. Nella sala di Van Gogh sono stata tampinata da un nipponico che si è fatto fotografare accanto ad ogni fottutissimo dipinto dell’olandese. Ho pensato di poterlo strangolare in mille modi diversi. E tutti a mani nude. Ma ho anche imparato a non fare commenti acidi a voce troppo alta: gli italiani pronti a smerdarti sono in agguato ovunque, specialmente davanti a Monet, cazzarola... Ho anche imparato che se arrivi ai bagni con fazzoletti pieni di sangue vicino al naso, la fila la passi in dieci secondi netti. Lo terrò a mente per il futuro.

Dopo circa cinque ore di capolavori, riemergiamo all’aria aperta e decidiamo di riposarci ai Jardin de le Tuileries perché la mia schiena e il tallone di Magda gridano tremenda vendetta (vendetta che ancora mi sta impedendo di camminare normalmente). Ristorateci, decidiamo di “vedere cosa ci sarà mai laggiù”. Ecco. Laggiù c’era il Louvre. E vuoi non vedere il Louvre quando non c’è nessuno e ti godi la piramidona? Certo che no. E vai a vederti il piramidone. E poi? A casa a dormire? Naaa, c’è il Pompidou che è una meraviglia, no? E quindi ultimo, definitivo sforzo per trovare la metro e andare a vedere una Parigi dall’alto che mozza il fiato, soprattutto quello di Magda, che è rimasta al penultimo piano a farsi sudare le mani.

Gli Spori decidono finalmente di avvisare un prete per l’estrema unzione e ci danno la buonanotte.

E fu sera e fu mattina.
Terzo giorno.
P.link ¦ commenti (4) ¦ commenti (4)(popup)





09/05/2008, ore 00:00

Croissant mignon, marmellata taroccata coi frutti di bosco freschi, una crema al mou e colesterolo che provoca grave dipendenza fisica, caffé, tè, e dulcis in fundo un pane al muesli che lévati, sfornato caldo caldo dalla macchina della divina goduria ovvero la macchina del pane, il mio prossimo acquisto intelligente. Insomma, la colazione chéz Spori, provare per credere, ti rimette al mondo. E Dio sa se ne abbiamo avuto bisogno, in particolar modo Kiluba che si è ritrovata quasi fuori dal divano e ingiustamente malmenata dalla mia insofferenza onirica.
Ma parliamo di qualcosa di più interessante: Casa Spora. Lo so che vi state tutti chiedendo com’è. Casa Spora è carina, bio e, cosa di fondamentale importanza, ha la musica nel cesso, cosicché tu puoi tranquillamente emettere loffe in competizione con le trombe di Gerico e nessuno ti sente, ché tanto c’è la colonna sonora di Kill Bill a manetta.

Il bello di fare la squatter in casa altrui, inoltre, è che puoi carpire i segreti più affascinanti di una città; Messieur Sporo infatti ci dà la dritta della giornata: il mercato di Chateau Rouge verso cui ci avviamo bel belle con il piglio del turista rinfrancato da una notte di sonno. Arrivate nell’intreccio delle vie della zona ci rendiamo conto di essere quasi le uniche due bianche presenti e di avere il grande privilegio di toccare un po’ d’Africa senza allontanarci troppo da casa. Ci rituffiamo poi in metropolitana, dove, dall’Africa, veniamo inspiegabilmente catapultate a Napoli: dentro la stazione infatti si sente solo “marlboromarlboromarlboromarlboro” e se le guardi bene, ste marlboro, ti accorgi che effettivamente vengono da Napoli, con scritte in italiano e tutto.
Dalla sigarette di contrabbando passiamo in un lampo alla delicatezza maestosa del Sacro Cuore sparandoci tutta la scalinata sotto un sole da agosto palermitano con tanto di maglietta nera, che aiuta sempre. Compriamo le cartoline d’ordinanza, mentre Magda si fa risucchiare dal vortice del turista e acquista i portachiavi a forma di Tour Eiffel (la vera Tour Eiffel, non fate cattivi pensieri).

Da Montmarte a Pigalle il passo è breve; ok, ok, ora giuro di dire tutta la verità: siamo entrate in un sexy shop. Le pareti erano tappezzate di finte fighe, dvd, laccetti, ma soprattutto di piselli di ogni forma e colore: astratti e realistici, doppi, tripli, con le balons incorporate o meno. Dopo aver passato in rassegna la mercanzia, con suprema vergogna di Magda, ho acquistato anche io il mio portachiavi della Tour Eiffel, solo che è blu, un po’ tozzo e se lo accendi non si illumina, ma vibra. L’ho battezzato Piccolo Uomo (anzi, petit homme) perché le dimensioni in effetti sono modeste, ma penso che fossero commisurate al prezzo: più o meno un euro a centimetro. Adesso non fate gli scandalizzati, che tanto lo so che è tutta invidia.

Con Piccolo Uomo in borsa (che cercherà più volte di mettere fuori la testa per vedere il mondo e per farmi fare figure di merda clamorose) ricominciamo la marcia: il Museo Rodin con il suo splendido giardino, dove, collassata su una panchina, starnutendo a ciclo continuo e senza più speranze di recuperare una respirazione normale ho chiesto a Kiluba di lasciarmi morire lì e disperdere le mie ceneri nella Senna. Alla fine ho resistito, preferendo drogarmi con dell’Oki e ricominciare a girare: l’Operà, un giro per le vicinanze de La Madeleine ed infine una visita fugace agli Champs Elisées per poi correre al Trocadero per goderci la visione in notturna della Tour Eiffel (quella grande più di nove centimetri).

Gli Spori ci guardano tornare in condizioni inspiegabilmente ancora peggiori del giorno prima e scuotono la testa in silenzio.

E fu sera e fu mattina
Secondo giorno.
P.link ¦ commenti (8) ¦ commenti (8)(popup)





07/05/2008, ore 11:46

Il primo pensiero è mai più. Piuttosto un biplano a propulsione cricetica, ma passare la notte su un treno così claustrofobico e pieno di francesi che se ne vanno in giro a piedi nudi, mai più.

Ma, si sa, l’impressione iniziale non è sempre quella giusta. Mi assesto, trovo una posizione decente, smetto anche di sentire il rumore ossessivo della ventola difettosa e mi addormento. Quando la mattina dopo mi risveglio con un raffreddore contenibile solo dal naso di un pachiderma, il mio pensiero diventa: lasciamo stare il biplano, la prossima volta mi faccio direttamente legare all’ala di un boing.

Kiluba mi guarda e ride della mia sfiga.
Fresche come possono esserlo solo due signorine di ritorno dai viali, scendiamo a Bercy, dove ci attende la Spora. Ci riconosciamo subito: la loffatrice è uguale sputata al suo avatar, mentre io, per l’occasione, mi sono fatta tatuare un’enorme foglia rossa sulla faccia. Voliamo velocemente chéz Sporì per lasciare le nostre cose: inizia ufficialmente la nostra maratona parigina.
Le previsioni minacciavano un week-end da arca di Noè e invece il sole ha baciato e bruciato la nostra candida pelle per tutta la permanenza, tutto questo perché Kiluba è scientificamente paraculata, prova ne è il nostro ritorno a casa, poi spiegherò.

Guida in mano, borsa in spalla, cominciamo il nostro tour magnis itineribus, all’insegna dell’allegria, cercando simpatici involucri di cadaveri al cimitero di Père Lachaise. Ci fermiamo appena prima di andare a far compagnia a Chopin e Jim Morrison per rifocillarci ad un baretto: sostiamo quindi una decina di minuti, con espressione ebete, davanti al menù, tentando invano di capire cosa sia un cucumber, fino a quando il proprietario italiano, mosso a pietà, ci fa notare che è un semplice cetriolo e che non saremmo morte avvelenate.

La Lonely Planet ci guida poi verso Place des Vosges e nei meandri medievali del Marais, con altri italiani che vogliono fare i viaggiatori arternativi fuori dai giri turistici. Li rincontremo tutti, dopo qualche ora, a pascolare come bovini dentro Notre Dame. La vera finesse da intellettualoidi, però, la riserviamo per il tardo pomeriggio: il Centro Culturale Arabo con la sua splendida facciata e i suoi ascensori di vetro e acciaio che hanno tolto a Magda (io ti adoro, tu mi adori?) qualche mese di vita; la Sorbona e un giretto alla Tour Eiffel, che mi ha fatto sentire come se vivessi nel mondo dei giocattolini di plastica della Play Mobil.


Strisciando sulla lingua, ritorniamo chéz Sporì che, guardandoci, iniziano a preoccuparsi per la nostra salute fisica. Ma noi siam maratonete, signori, nessuna paura; crolliamo dentro la culla creata da Madame Spora per noi e ci addormentiamo del sonno dei giusti. Io ho solo sbavicchiato un po’ sulla federa, ché avevo tutto il naso tappato (adesso lo sai anche tu Sporella) e non respiravo.

E fu sera e fu mattina.

Primo giorno.

 

(Prossima puntata: Macchina del pane, je t’adore!)

 

(N.B: Arrivate le foto! Aprite i link!!)

P.link ¦ commenti (3) ¦ commenti (3)(popup)





06/05/2008, ore 10:41

Pensavate per caso che la vostra cara Divara (che da oggi, ovviamente si pronuncia Divarà) si fosse dispersa tra le sale del Louvre e che avesse tramortito a suon di tettate (id est ripetuti colpi di ghiandole mammarie) quella vecchia salma di Belfagor?
Invece no. Sono tornata.

A breve il resoconto del viaggetto. 
Sarà una roba tipo: "venite da me che ci guardiamo il filmino delle vacanze". Tutti si rompono mortalmente i coglioni, ma nessuno dice niente.

E sorridono.

Capito?
Sorridete.
P.link ¦ commenti (11) ¦ commenti (11)(popup)





30/04/2008, ore 21:55

Che dire? Noi si parte. Ci aspettano una bionda pericolosa, i boulevards, la Tour Effeil, i millemila chilometri del Louvre, la Senna, la Rive Gauche, la ville lumiere, le jeux sont faits, rien ne va plus, ce plus facile, san bitter, ecc. ecc.  A quanto pare Parigi ci aspetta anche con un simpatico diluvio universale e un freddo polare.
Perché noi VALIAMO.
Valiamo secchiate d'acqua e fortuna come se piovesse.
Ah. Ah. Ah.
Non mi lasciate solo il blog, ché poi dopo si sente trascurato e mi mette il muso e poi non mi fa più diventare una bloggastarr degna di questo nome. Ricordatevi sempre di spegnere il gas e di premere il tasto F5 compulsivamente su questa pagina .
Vi amo tutti.

Noblesse oblige.
A presto (ché ho finito le frasi in francese)

N.B. (Sopravviverò tre giorni coi dolori mestruali, con la spora che tenta di convertirmi al biologico e a diventare finalmente una donna ed infine con Kiluba che scatterà cento foto al giorno?)
Vi aggiorneremo, cherì.
Mon cherì.
(adesso le ho proprio finite)
P.link ¦ commenti (14) ¦ commenti (14)(popup)





27/04/2008, ore 23:00

Avete presente quanto può dondolare un treno regionale? Sì, quei bei trenini regionali lenti lenti ciuf ciuf al profumo di anidride carbonica e sudore. Può compiere delle oscillazioni da pendolo cicloidale (non so cosa voglia dire, ma esiste, giuro, l'ho trovato su Wikipedia) ergo è matematicamente impossibile portare a termine qualsiasi azione complessa, come ad esempio mangiare o fare pipì, senza fare danni intorno a sé. L'unica cosa che si può fare in treno è ascoltare musica, dormire, cullati dalle oscillazioni cicloidali (non è un caso che io non riesca a dormire in eurostar) e leggere, ma solo se non si ha lo stomaco delicato.
Un'operazione altamente complessa, quale quella del truccarsi, va da sé, nun se po' fà. Le condizioni ambientali non lo permettono.
Questo è ciò che ho sempre pensato fino a qualche giorno fa, quando, tornando a casa dalle valli trentine, si è seduta davanti a me il mio nuovo guru del make up.
Nonostante le terribili vibrazioni questa signora, senza il minimo tentennamento, ha sfoderato i suoi attrezzi e si è messa all'opera: correttore, fondotinta, cipria, fard, ombretti (tre diversi in base alla zona palpebrale), matita, kajal, mascara. Il tutto steso, sfumato e ritoccato alla perfezione. Quando ha estratto l'eye-liner e ha tracciato sopra l'occhio una perfetta virgola nera volevo alzarmi e stringerle la mano.

In venti minuti, da un' anonima signora con occhialoni e parole crociate ho visto uscire una venere che pareva tanto questa venere.
Se tentassi la stessa impresa, anche se immobilizzata da una mummificazione, alla fine, forse, potrei ricordare arte di altro genere.
P.link ¦ commenti (6) ¦ commenti (6)(popup)