Fumo da quando le dianabludure costavano 3800 lire. Penso di averle scelte perché nella media delle sigarette economiche facevano meno schifo di altre, ma poi mi ci sono affezionata, perché, oramai l'avrete capito, sono una maledetta sentimentale. Fumo circa da dieci anni, anno più, anno meno, ma non sono mai stata una viziosa delle bionde, alle quali ho sempre preferito i moraccioni con la barba lunga. Fumare è sempre stato un passatempo regolato, regolare, regolabile: non sono mai uscita di casa in preda all'ansia perché avevo finito il pacchetto, non ho mai fumato nel bagno di un treno per l'astinenza, né acceso una cicca con la fine di quella precedente (oddio, una volta è successo, ma avevo appena finito di mangiare il mio primo kebab alle cipolle e non l'avevo presa molto bene).
Da ragazzina la sigaretta era funzionale all'immagine da adolescente tormentata, snob e supponente che mi ero tanto pazientemente e meticolosamente cucita addosso per stare il più possibile sul cazzo alla gente, ma poi sono cresciuta, ho smesso i panni dell'adolescente tormentata e sono finalmente diventata un'adulta tormentata, snob e supponente che però fuma perché oramai non vuole più farne a meno.
Nel mio periodo di vita spagnola avevo recuperato pesantemente il vizio, causa prezzi veramente stracciati. Nell'era post legge Sirchia ho drasticamente diminuito, perché se ho sempre odiato una cosa, quella era fumare di fretta. E fumare di fretta, al freddo, in Trentino è quanto di più vicino ad una tortura che ad un piacere.
Ma una cosa è rimasta inalterata.
La proprietà consolatoria della mia dianablu.
Il bisogno più forte di fumare lo sento quando piango. In quel momento diventa necessità fisica, pura sopravvivenza. Aspiro boccate come se fosse eroina (e in qualche situazione avrei quasi fatto cambio), come se fosse lì la salvezza, la pace, la consolazione, appunto. Con gli occhi gonfi o con lo stomaco bloccato da una morsa di dolore, io cerco la nicotina come unico, dolce oblio. Fumo nervosamente, cercando di placare il flusso dei pensieri che mi feriscono: l'amaro del tabacco è miele a confronto. Ho fumato centinaia di sigarette accovacciata sul mio balcone, di notte, tormentata da mille paranoie, mille ricordi, mille recriminazioni per non aver mai agito nella maniera giusta, per non aver mai capito quando fermarsi prima di sbattere la testa su quel cazzo di muro, per non aver mai superato veramente le prove, ma per essermi solo chiusa ancora di più, aspettando che il tempo mi aiutasse, mi inaridisse.
E in tutti questi anni, dopo tutte queste sigarette consolatorie, il tempo mi ha inaridito sì, ma non abbastanza, a quanto pare, se stamattina ancora ho sentito una lacrima scendere e ancora ho cercato la mia dianablu sul comodino.