Poi non ne parlo più, giuro.
Di matrimoni, intendo. é che farsene due in due giorni, non ero più abituata.
Quando ho visto le spose entrare in chiesa tutto il mio cinismo da manuale, tutta la mia disillusione atavica si è sciolta in una lacrimuccia all'angolo dell'occhio. Erano belle, bellissime e sorridevano felici. Il futuro era radioso e dipinto di rosa, nei loro occhi. Non importava affatto se quell'uomo accanto a loro le avrebbe un giorno ferite, tradite, abbandonate, non importava se loro stesse avrebbero un giorno ferito, tradito, abbandonato. Nel loro sorriso c'era l'eternità. Immagino sia il sorriso di tutte le spose, il giorno del loro matrimonio. E pensavo che anche io avrei voluto poter girare lo sguardo e incontrare quello di un uomo che mi desidera, mi stima e mi rispetta, che mi ama, uno sguardo in cui avrei potuto leggere la dolcezza di una illusione. Anche se poi non indosserò mai un vestito bianco e non spargerò orribili bomboniere tra i parenti, pensavo, anche io vorrei quella illusione, per quel che varrà, per quel che durerà. Forse in quella lacrima c'era tutta la stanchezza che si prova quando sai che negli occhi degli uomini che hai abbracciato non hai mai trovato la sincerità di quella luce. Per una frazione di secondo ho pensato che mi mancava l'eternità.
Poi ho acceso una sigaretta, ho tirato su col naso, maledetto i tacchi e ho pensato che, grazie a dio, almeno nessuno mi avrebbe mai dedicato A te di Jovanotti.