La notte che aspettavo è arrivata e, mentre scendono le prime tenebre, il prato dell'Olimpico sotto di me si trasforma in un placido lago dove luccicano migliaia di piccoli bagliori che - ahimè - non sono le romantiche fiammelle degli accendini, ma sono i nefasti schermi di fotocamere, videocamere, cellulari che imperversano ad ogni concerto di questa nuova generazione "a schermo totale", come la chiama il mio mitico cugino. Anche io tiro fuori la mia e faccio un
paio di scatti, ma, via, son troppo lontana e poi ho ben altro da fare: devo ballare, devo donarmi integralmente a questa musica, la voglio sposare, la voglio scopare. Voglio sentire vibrare ogni nota sulla pelle, perché i Depeche Mode stanno suonando per me e nessun altro. E in questo momento non mi sento più sola, dimentico tutto: l'odissea di un viaggio infinito che al posto dei Ciclopi e dei Lestrigoni ha come protagonisti una Roma bollente, due ore di ritardo del treno e l'ATAC, Azienda Trasporti Attaccati ar Cazzo, un posto prenotato con vista su traliccio (male minore visto che occuperò abusivamente le scale), lo stress, la fatica e la noia, anche, di un viaggio in solitaria. Sono sola sì, ma per queste due ore sono forte e viva e
salva, ubriaca di una
Enjoy the silent che ha fatto volare ogni cellula del mio corpo in un rimescolarsi intimissimo di ricordi, speranze, delusioni, sogni.
I Depeche Mode stasera suonano solo per me.
Ma a parte le romanticherie personali volevo rassicurarvi tutti che Dave Gahan, nonostante i recenti problemi, è sempre
sdraiabile in quattromila posizioni differenti solo per il modo in cui sculetta.