Quando arrivi in Alto Adige già respiri un'altra aria: cominci a sentirti meno in Italia e più in Austria, ti diverte il bilinguismo e avverti la incomprensibile e finora sconosciuta necessità di tenere la schiena dritta. Quando oltrepassi Bolzano, poi, l'antico spirito asburgico si impossessa definitivamente di te, rendendoti un pericoloso incrocio tra Heidi e la signorina Rottermeier (quindi propensa all'entusiasmo irragionevole per ogni cazzata, ma anche incline allo sfracassamento dei maroni altrui per l'acquisto di un banalissimo k-way) mentre sfilano davanti ai tuoi occhi casette perfette, strade immacolate, balconi fioriti che penso siano ordinati per legge che tipo se non hai il pollice verde e ti muoiono i geranei ti ostracizzano a Napoli a tempo indeterminato.
Sudtirol è vedere i Simpson in tedesco, è affacciarsi dall'albergo e vedere robe tipo lo
Sciliar, è mangiare canederli dal peso specifico del plutonio e panini speck e cetriolini che sono la seconda prova dell'esistenza di un dio dopo
luoghi come
questi, è trovare in giro per i paesini scritte in
strane lingue ed eleganti
signore che riposano al sole.
Un minuscolo frammento di paradiso e grazia, dove tutto è nuovo e diverso.
Almeno finché non ti imbatti nella festa di paese, perfettamente sovrapponibile alla sagra della crescia di Villa Fastiggi con i volontari sessantenni degli stand, sorridenti e rubizzi come i vicini di casa tua, solo che al posto della piadina con la salsiccia e le erbe ti spaiolano tonnellate di polenta in tutte le versioni possibili anche a Ferragosto, e con l'orchestrina che al posto del
lissio di Raul Casadei ti suona la polka di Herr Rudolf Hausvonden.
E la birra al posto del Sangiovese, ovvio, ma per il resto uguale uguale.